#2 Salvare la nave o il capitano?

Nel cercare la soluzione i due piani spesso si confondevano.
La questione per me era salvare il progetto, rendendolo strutturale al sistema camerale: far sì che da progetto speciale diventasse servizio stabile. Questo avrebbe consentito alle organizzazioni nonprofit di avere ottime opportunità di crescita e di interazione con il mondo profit. La casa di tutte le imprenditorialità sarebbe diventata di diritto anche la casa dell’imprenditorialità nonprofit. Profit e Nonprofit con pari dignità nel panorama economico: ecco una vera innovazione sociale!
Non di rado, però, molti mischiavano questo obiettivo con la mia vicenda personale, e la questione veniva definita con un trovare lavoro alla Sacco. Questo mi creava non poca frustrazione: mi sembrava di essere considerata una cosa, da collocare in qualche modo. Certo, tutti parlavano di salvaguardare la mia professionalità, considerata indispensabile alla buona riuscita del progetto, ma a me sembrava più un alibi per non intervenire a livello strutturale sul servizio.
In quei mesi, la dirigenza dell’ente era impegnata a predisporre una riorganizzazione totale, nell’ottica della ottimizzazione delle risorse, umane ed economiche. Non era possibile, o almeno così sembrava, che qualche dipendente camerale potesse occuparsi in pianta stabile del progetto.
Se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna, dice la saggezza popolare. Così, la soluzione (resa possibile dalla disponibilità e lungimiranza della dirigenza e dei camerali coinvolti) fu inserire il progetto all’interno del settore dedicato alla nascita e al sostegno di nuove imprese, dove già erano collocati altri progetti dedicati a particolari tipi di imprenditorialità.
Era la soluzione perfetta: il coronamento di anni di lavoro. Finalmente, l’imprenditorialità nonprofit aveva una casa stabile! La nave era salva.
E il capitano?
In effetti, non me la cavavo tanto bene. 50 anni, una vita passata nel nonprofit, un titolo professionale sempre attuale ma che mi avrebbe visto competere con professionisti molto più giovani, entusiasti, disponibili, flessibili. Non avevo mai fatto un colloquio di lavoro o una selezione seri. Mi sentivo inadeguata, frustrata, fuori tempo. Non sapevo da dove iniziare. In più, l’ente da cui dipendevo stava attraversando un momento molto difficile e presto avrebbe fatto ricorso alla cassa integrazione. Mi rimanevano poco più di due mesi per chiudere il servizio.
In un momento di sconforto e rabbia, risposi alla selezione per due posizioni aperte presso una fondazione che ci aveva rifiutato il finanziamento di un progetto che ci avrebbe permesso di avere almeno un altro anno per elaborare una soluzione. Non intendevo lavorare per loro, ma l’invio del mio cv mi sembrava una sorta di sfida: sì, volevo proprio vedere se mi avrebbero convocato per un colloquio. Il mio cv rispondeva perfettamente ai requisiti richiesti, un cv in formato europeo di 11 pagine (più eventuali altre 6 pagine di allegati)…. acc! un cv in formato europeo da 11 pagine: ecco il primo problema! Ecco il punto da cui iniziare!
Non avevo ancora fatto click sul pulsante di invio, che già avevo in mano il telefono. Composi il numero del direttore di una agenzia per il lavoro che avevo conosciuto e che reputavo affabile e professionale.
Ciao, Vittorio. Sono Laura Sacco. Ti sto inviando un curriculum: il mio.
Senza neanche chiedermi altro, mi fissò un appuntamento.

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